Obey

Obey nasce per scherzo. Uno scherzo ben strutturato dato che le sue conseguenze sono state assolutamente fuori da ogni controllo fino a diffondersi a macchia d’olio in tutto il pianeta. Shepard Fairey, uno studente di Providence che passava il suo tempo tra il campus, i negozi di dischi e gli skate spot decide di incanalare la sua indole ribelle e l’attitudine DIY del punk rock in un progetto mediatico. Carico dal messaggio rivoluzionario del film di John Carpenter “They live”, nel quale degli alieni nascondono degli ordini invisibili ai terrestri quali “obbedisci, consuma, riproduciti e conformati” nei pannelli pubblicitari, Shepard ci vede una metafora coerente della società moderna.  Il wrestler leggendario Andre The Giant era una figura che suscitava riflessioni e evocava paure ancestrali. Shepard quindi produce un adesivo con il volto del lottatore, fotocopiato come se uscisse da una fanzine, con la scritta “Andre The Giant has a posse”, che diventerà poi in un secondo momento “Obey has a posse”.  Shepard continua la sua opera di street artist, innamorato dei graffiti di New York, del meccanismo di “fama nell’ombra” che regna tra gli adepti dell’arte di strada. É persuaso dal fatto che la passione sia più forte del denaro e decide di volere lasciare un segno. Lo vuole fare a modo suo, con una iconografia dove contrappone allo stile della propaganda sovietica (quindi contro gli USA) dei personaggi in vista o creati da lui con un messaggio contro la guerra, il razzismo, i media ed il controllo delle menti in generale Stiamo parlando di un artista che non ha obiettivi politici ma promuove una rivoluzione individuale il cui fine è quello di sviluppare le coscienze, rompendo la catena del sistema che ha bisogno di clienti e non di individui. Shepard è una fucina di idee inesauribile e continua il suo lavoro tra mostre, documentari, opere pubbliche e le t-shirt, che rappresentano il retaggio culturale punk che non accenna a spegnersi in lui. Da una t-shirt ad un cappello ad una linea di abbigliamento il passo non è immediato ma segue una logica in progressione che lo porterà ad essere l’artista che Obama scelse per la sua campagna “Yes we can”. Da lì la sua immagine è stata vista ovunque, fino alla copertina di Vogue Italia, la principale rivista di moda al mondo. Shepard non cambia di una virgola il suo modus operandi, continua imperterrito a rappresentare musicisti alternativi quali Chuck D dei Public Enemy o Johnny Cash nelle sue opere. Con il suo brand Obey si è trovato a collaborare con artisti come Jamie Reid, già grafico dei Sex Pistols, con i Bad Brains, capostipiti dell’hardcore punk dell’East Coast e addirittura con Debbie Harry, la first lady del punk rock.     E pensare che c’è chi compra Obey contraffatto perché “è un brand che va di moda”…  

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